Una storia personale e professionale: dal primo incontro con il respiro circolare alla nascita di un metodo centrato su corpo, memoria, fiducia e ascolto.
L’inizio: quando il respiro diventa una ricerca
Mi occupo di respiro dalla metà degli anni Ottanta. Nel 1986 l’incontro con il Rebirthing ha rappresentato una svolta. Non era semplicemente un nuovo esercizio: era la scoperta che modificando la continuità del respiro potevano emergere sensazioni, emozioni e percezioni corporee con una forza sorprendente.
Negli anni successivi ho studiato, praticato, formato persone e osservato migliaia di ore di esperienza. Con il tempo ho capito che la tecnica, da sola, non bastava a spiegare ciò che vedevo. Contavano la storia individuale, il rapporto con il controllo, la qualità della relazione, la sicurezza.
Questa osservazione ha aperto una fase nuova della mia ricerca.
Dal Respiro della Memoria® all’acqua e al contatto
Nel 1995 ho iniziato a usare il termine Respiro della Memoria® per descrivere un lavoro orientato alle tracce corporee dell’esperienza. Non considero il corpo un archivio fotografico del passato, ma un sistema che conserva abitudini, tensioni, modalità di protezione.
L’acqua calda e il contatto hanno ampliato ulteriormente la ricerca. Da qui è nata la Coccoloterapia®, come pratica strutturata di sostegno, fiducia e ascolto in acqua. Successivamente AcquaAmica® ha portato questa esperienza verso un bisogno specifico: la paura dell’acqua.
Ogni passaggio non ha cancellato il precedente. Lo ha integrato.
Il Respiro Originario® come sintesi aperta
Il Respiro Originario® rappresenta per me la sintesi di questo percorso. Mantiene la radice del respiro circolare, ma la inserisce in una cornice più ampia: corpo, relazione, gradualità, consapevolezza.
Non considero il metodo concluso nel senso di immobile. Continuo a osservare, imparare, correggere. Dopo tanti anni, la cosa che mi interessa di più è evitare che il respiro diventi ideologia.
Se c’è un filo che unisce tutto il mio lavoro è questo: aiutare la persona a riconoscere ciò che trattiene e creare condizioni in cui possa respirare, sentire e vivere con un po’ più di libertà. È una ricerca iniziata molti anni fa e che, per me, continua ogni volta che incontro una persona nuova.
Quando guardo indietro, mi accorgo che ogni fase della mia ricerca è nata da una domanda concreta. Il Rebirthing mi ha mostrato la potenza del respiro circolare. Il lavoro con la memoria corporea mi ha spinto a interrogarmi su ciò che il corpo conserva. L’acqua mi ha mostrato il tema dell’affidamento. Il contatto ha reso evidente il bisogno di sostegno. Nessuno di questi passaggi è stato pianificato come un sistema fin dall’inizio.
Questa storia mi ha insegnato a diffidare delle risposte definitive. Un metodo può essere utile e allo stesso tempo avere limiti. Una pratica può funzionare per molti e non per tutti. Continuare a osservare significa mantenere il lavoro vivo. È anche il motivo per cui preferisco parlare di ricerca più che di formula.
La Scuola di Respiro® è nata anche per trasmettere questa cultura. Non soltanto tecniche, ma attenzione alla persona, alla sicurezza, ai confini, alla relazione. Formare qualcuno al respiro significa insegnargli anche quando non spingere, quando fermarsi, quando indirizzare a un professionista diverso.
Il Respiro della Memoria® ha rappresentato un momento importante perché ha dato un nome a ciò che vedevo: il corpo può reagire a tracce dell’esperienza senza bisogno di una narrazione mentale completa. Negli anni ho però imparato a essere sempre più prudente nelle interpretazioni. Ciò che emerge ha valore, ma non deve essere trasformato automaticamente in verità storica.
La Coccoloterapia® ha aggiunto il tema del ricevere. Mi ha mostrato quanto persone capaci e autonome potessero avere difficoltà a lasciarsi sostenere. Acquamica® ha poi concentrato il lavoro su una paura specifica, rendendo ancora più evidente il ruolo della gradualità e dell’appoggio.
Il Respiro Originario® è quindi una sintesi, ma non un punto finale. È il linguaggio con cui oggi descrivo un modo di lavorare che tiene insieme continuità respiratoria, corpo, memoria, relazione e ascolto. La sua forza, per me, non sta nell’essere nuovo, ma nell’essere diventato coerente con ciò che ho osservato nel tempo.
Una ricerca fatta anche di revisioni
Dopo oltre quarant’anni, continuo a considerare il respiro un maestro di semplicità. Non possiamo possederlo: possiamo soltanto parteciparvi. Entra, esce, cambia. Questa dinamica elementare contiene una lezione che continuo a ritrovare: la vita richiede sia capacità di prendere sia capacità di lasciare. Il lavoro che porto avanti nasce da qui e continua, ogni volta, dall’incontro con una persona reale.
Negli anni Ottanta il contesto del lavoro sul respiro era molto diverso da oggi. Non esisteva l’enorme offerta di breathwork disponibile online. Le informazioni circolavano attraverso corsi, libri, incontri. Questo rendeva l’esperienza più lenta ma anche molto incarnata. Ho imparato soprattutto praticando, osservando, confrontandomi con persone reali.
Con l’aumento della popolarità del breathwork è diventato ancora più importante distinguere fra divulgazione e pratica intensa. Un video può introdurre alla consapevolezza, ma non sostituisce una formazione quando si lavora con esperienze forti. Questa responsabilità è diventata sempre più centrale nel mio modo di intendere la Scuola di Respiro®.
Anche il linguaggio è cambiato. Parole che un tempo usavo con facilità oggi preferisco contestualizzarle meglio. La ricerca scientifica evolve, la cultura cambia, e un metodo serio deve essere disposto a rivedere come comunica. Restare fedeli alla propria esperienza non significa restare immobili.
Il rapporto con la nascita, tema storico del Rebirthing, continua a far parte della storia del metodo, ma lo tratto con maggiore prudenza. Possiamo esplorare come il corpo vive esperienze profonde senza sostenere che ogni sensazione corrisponda a una memoria letterale. Questa distinzione protegge la persona e rende il lavoro più rigoroso.
La dimensione della formazione è forse una delle eredità a cui tengo di più. Non basta insegnare una sequenza respiratoria. Bisogna trasmettere etica, capacità di ascolto, consenso, sicurezza, riconoscimento dei limiti. Chi accompagna lavora con persone, non con tecniche astratte.
Dopo tanti anni ho visto mode arrivare e passare. Il respiro resta. Questa semplicità mi interessa più di qualsiasi tendenza. Ogni generazione può dargli parole nuove, ma il gesto è antico quanto la vita. Inspirare, espirare, trattenere, lasciare. Da questa grammatica elementare continuiamo a imparare.
Se oggi racconto il passaggio dal Rebirthing al Respiro Originario® non lo faccio per costruire una genealogia celebrativa. Lo faccio per mostrare che un metodo può evolvere. Può partire da una scuola, attraversare decenni di esperienza, incontrare acqua, contatto, paura, formazione, e diventare qualcosa di più personale e integrato.
La ricerca continua perché ogni persona è diversa. Ogni incontro modifica anche chi accompagna. È forse questa la lezione più importante: non si finisce mai di imparare dal corpo e dal respiro. Dopo oltre quarant’anni, il mio interesse non è diminuito. È diventato più semplice, più prudente e, spero, più umano.
Una delle ragioni per cui ho continuato a lavorare per così tanti anni è che il respiro non smette di mostrare nuove sfumature. La stessa tecnica cambia completamente quando cambia la persona. Un giovane atleta, una persona ansiosa, un adulto con paura dell’acqua non possono essere accompagnati nello stesso modo. La personalizzazione non è un dettaglio: è il cuore del lavoro.
Nel tempo ho anche compreso l’importanza di comunicare in modo più semplice. Il settore del benessere usa spesso parole grandi. Io preferisco partire da esperienze osservabili: trattenere, irrigidirsi, fidarsi, sentirsi sostenuti. Queste parole permettono alle persone di capire senza dover aderire a una visione del mondo particolare.
La ricerca sull’acqua ha avuto un ruolo decisivo perché mi ha costretto a vedere il controllo in modo fisico. In acqua non basta capire che dovremmo lasciarci sostenere; il corpo deve sperimentarlo. Questa concretezza ha influenzato anche il modo in cui lavoro a terra: meno spiegazioni astratte, più esperienza.
Dalla tecnica a un metodo più ampio
La Coccoloterapia® ha aggiunto un’altra domanda: quanto sappiamo ricevere? Molti percorsi di crescita personale parlano di fare, cambiare, migliorare. Il contatto mi ha mostrato che una parte del benessere riguarda la capacità di ricevere senza sentirsi deboli. Anche questo tema è entrato nel Respiro Originario®.
AcquaAmica®, infine, ha reso evidente la forza degli obiettivi concreti. Una persona non arriva per “evolvere”: vuole poter entrare in mare. Questo mi ha insegnato a collegare sempre il lavoro interiore alla vita reale. Una pratica ha valore quando modifica possibilità concrete.
Oggi vedo quindi i diversi metodi non come isole ma come prospettive sullo stesso nucleo: come reagiamo quando perdiamo controllo? Come respiriamo quando abbiamo paura? Quanto sappiamo fidarci? Come ci relazioniamo al sostegno? Ogni percorso mette in luce un aspetto diverso.
La storia professionale non è stata priva di errori, revisioni e cambiamenti. Considero importante dirlo. Un metodo cresce anche quando chi lo porta avanti è disposto a rivedere parole e convinzioni. La fedeltà più importante non è alla formulazione del passato, ma all’osservazione onesta dell’esperienza presente.
Se oggi dovessi riassumere oltre quarant’anni di ricerca in una frase, direi che ho imparato a fidarmi meno delle formule e di più dell’ascolto. Il respiro resta il filo conduttore perché è sempre lì, semplice e mutevole. Ogni volta ricomincia. Ed è forse proprio questa capacità di ricominciare che continua a insegnarmi più di qualsiasi teoria.
Il passaggio dal Rebirthing al Respiro Originario® è anche un passaggio dal fascino della tecnica alla centralità della relazione. All’inizio ero naturalmente attratto da ciò che il respiro poteva far emergere. Con gli anni mi ha interessato sempre di più come accompagnare quell’emergere senza imporre significati e senza cercare intensità per forza.
Questo cambiamento ha reso il mio lavoro meno spettacolare e, credo, più solido. Ho imparato che una sessione silenziosa può essere importante quanto una molto emotiva, che un piccolo cambiamento quotidiano può valere più di un’esperienza eccezionale. La misura è ciò che resta nella vita.
Oggi considero questa storia aperta. I nomi dei metodi aiutano a orientarsi, ma non voglio che diventino gabbie. Il respiro continuerà a insegnare qualcosa di nuovo finché saremo disposti a osservare persone reali invece di difendere formule. È questo spirito di ricerca che desidero trasmettere.
Guardando oggi l’intero percorso, considero importante che la storia resti accessibile anche a chi non conosce il linguaggio del breathwork. Dietro i nomi ci sono domande semplici: come respiriamo quando abbiamo paura, cosa tratteniamo, quanto ci fidiamo, come riceviamo sostegno. Sono queste domande, più delle etichette, a dare continuità al lavoro che porto avanti da decenni.
È questa continuità, più che la successione dei nomi, a definire la mia ricerca: partire dall’esperienza, osservare ciò che accade, correggere il metodo quando serve, mantenere la persona al centro. Il respiro resta il filo perché attraversa ogni fase senza appartenere a nessuna teoria in modo esclusivo. È semplice, quotidiano e insieme inesauribile. Dopo oltre quarant’anni, continua a ricordarmi che un buon metodo deve restare abbastanza vivo da imparare da chi lo pratica.





