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Respiro Originario®: che cos’è e perché il modo in cui respiriamo conta

Il respiro non è soltanto aria che entra e aria che esce. È uno dei modi più diretti con cui il corpo racconta come stiamo.

Non parto da una tecnica, parto dalla persona

Quando qualcuno mi chiede che cos’è il Respiro Originario®, la prima tentazione sarebbe rispondere con una definizione. Potrei parlare di respiro circolare, di continuità tra inspirazione ed espirazione, di ascolto del corpo. Ma dopo tanti anni di lavoro mi accorgo che la definizione più fedele è un’altra: per me il Respiro Originario® è un modo di tornare a sentire come stiamo davvero. Il respiro non mente nel senso in cui a volte mentiamo a noi stessi. Possiamo dire che va tutto bene mentre stringiamo la mandibola, possiamo raccontare che siamo tranquilli mentre il petto resta alto e rigido, possiamo convincerci di essere soltanto stanchi mentre il corpo continua a vivere in uno stato di allerta. Il respiro registra tutto questo. Non lo fa per giudicarci, ma perché accompagna ogni cambiamento del nostro stato interno. È per questo che quando incontro una persona non le chiedo subito di respirare in un certo modo. Le chiedo prima di accorgersi di come sta respirando adesso.

Ho incontrato il Rebirthing nel 1986 e da quella esperienza è iniziato un percorso di ricerca che mi ha accompagnato per decenni. Il respiro circolare è stato una radice importante, ma nel tempo ho sentito la necessità di osservare più in profondità cosa succedeva davvero alle persone. Non tutti trattengono nello stesso punto, non tutti reagiscono allo stesso modo, non tutti hanno bisogno dello stesso ritmo. Alcuni arrivano con il petto molto attivo e il ventre quasi immobile; altri sembrano respirare poco ma vivono una grande intensità emotiva; altri ancora controllano ogni passaggio, come se anche respirare dovesse diventare una prestazione.

Dopo molti anni di osservazione su di me, sui miei allievi, ma soprattutto osservando gli animali sia domestici e soprattutto quelli selvatici allo stato brado, ho notato che tutti i mammiferi respirano nello stesso modo, tranne l’Essere Umano. Ed una domanda nacque spontanea, Perché?

Per rispondere a questa domanda è necessario arrivare al momento in cui noi respiriamo da soli per la prima volta nella nostra vita e nasce di conseguenza un’altra domanda: Come abbiamo imparato a respirare?

Normalmente dovrebbe essere “naturale”, si viene fuori dalla pancia della mamma, passando attraverso una strettoia che ci costringe il torace e per effetto fisico meccanico, come veniamo fuori entra il primo respiro. Fin qui tutto logico, ma….

Quello che abitualmente (non naturalmente) succede è che intorno ci sono tutti i vari operatori, ostetriche, ginecologi o chi ne fa le veci e queste persone per prassi sono abituate a chiudere il cordone ombelicale, tagliarlo e fare le loro attività. Ma….

Se tu non respiri immediatamente, perché hai paura o hai dolore, rischi di morire da lì a breve, e se trattieni il respiro troppo a lungo diventi cianotico, e chi è lì intorno si spaventa e quindi o ti prendono a schiaffi o ti mettono in acqua fredda o ti fanno pressioni sul torace per farti piangere e respirare e quindi vivere.

Però c’è un piccolo passaggio che quasi nessuno considera, e cioè che quando ti tagliano il cordone ombelicale, ben il 30% del tuo sangue rimane nel cordone ombelicale e nella placenta e quindi biologicamente parlando, tu stai morendo dissanguato.

Quindi riassumendo, stai morendo senza respiro, stai morendo dissanguato e ti prendono pure a schiaffi.
Benvenuto sul pianeta Terra Creatura Meravigliosa.

Il modo di nascere “naturale” prevede altre azioni, intanto quando il bambino viene fuori, il cordone non si tocca, il bambino si attacca al seno della mamma e questo permette alla placenta di staccarsi naturalmente dalla pancia della mamma e se tutto rimane attaccato al bambino, si riporta a casa tutto ciò che è di sua legittima proprietà e inoltre respirerà come tutti gli altri mammiferi sul pianeta Terra, cioè in modo continuo e senza pause, quello che la Natura ha selezionato in milioni di anni di evoluzione.

Da qui è maturata la mia idea di Respiro Originario®: non una tecnica di respirazione, ma una direzione verso maggiore continuità, libertà e naturalezza.

La parola “originario” non significa per me tornare indietro nel tempo in modo romantico. Significa ricordare che il corpo possiede una competenza respiratoria precedente alle nostre abitudini di controllo. Un bambino piccolo, quando dorme profondamente, non si domanda se stia usando bene il diaframma. Il corpo respira. Poi cresciamo, impariamo a trattenerci, a essere adeguati, a non piangere in certi momenti, a non mostrare paura, a continuare anche quando avremmo bisogno di fermarci. Queste capacità sono state spesso utili, ma lasciano tracce. Il respiro diventa allora uno dei luoghi in cui possiamo riconoscere quanto stiamo facendo spazio alla vita e quanto invece la stiamo trattenendo.

Il respiro come specchio del corpo e delle emozioni

Respiriamo in modo diverso quando ridiamo, quando ci spaventiamo, quando siamo innamorati, quando aspettiamo una risposta importante. Basta osservare una giornata normale per rendersene conto. Prima di una telefonata difficile il respiro può diventare più corto. Dopo una buona notizia possiamo sentire spontaneamente il bisogno di sospirare. Durante un conflitto tratteniamo l’aria senza accorgercene. Il respiro è quindi un ponte molto concreto tra ciò che pensiamo e ciò che sentiamo. Non serve attribuire a ogni tensione un significato nascosto. Serve però riconoscere che corpo, emozioni e respirazione non sono compartimenti separati. Vivono insieme, si influenzano continuamente.

Quando lavoro con il Respiro Originario®, la continuità del respiro aiuta a rendere più visibili alcune abitudini. La pausa volontaria, il blocco, la fretta di inspirare, la difficoltà a lasciare uscire l’aria, il bisogno di controllare il ritmo sono informazioni. Non sono errori da correggere con durezza. Sono modi che il corpo ha imparato. Per questo preferisco parlare di ascolto e di accompagnamento. Una persona può aver trattenuto per anni senza mai accorgersene. Se la costringiamo improvvisamente a “lasciare andare”, rischiamo di trasformare il respiro in un’altra esperienza di pressione. Se invece costruiamo sicurezza, il corpo può scoprire gradualmente che non deve più difendersi nello stesso modo.

È anche per questo che il Respiro Originario® non va confuso con una semplice tecnica di rilassamento. Può produrre rilassamento, certamente, ma può anche rendere percepibili tensioni, emozioni, ricordi, immagini, impulsi. Il punto non è ottenere sempre una sensazione piacevole. Il punto è diventare più presenti a ciò che accade. Quando una persona comincia a sentire il proprio corpo senza giudicarlo immediatamente, cambia il rapporto con l’esperienza. Non è più soltanto vittima di una sensazione: può osservarla, attraversarla, comprenderla meglio.

Ricominciare dal respiro nella vita reale

Il lavoro sul respiro ha valore soltanto se torna nella vita. Non mi interessa che una persona faccia una bella sessione e poi torni per giorni a dimenticarsi completamente di sé. Mi interessa che impari ad accorgersi prima di quando si irrigidisce, prima di quando il respiro si accorcia, prima di quando sta dicendo sì mentre dentro di sé vorrebbe dire no. Il respiro può diventare una specie di campanello gentile. Non ci dice automaticamente cosa fare, ma ci avvisa che qualcosa sta cambiando. Questo è particolarmente utile nelle relazioni, nei momenti di stress, quando siamo sotto pressione o quando cerchiamo di essere all’altezza di aspettative che ci pesano.

Per iniziare non servono pratiche complesse. Puoi fermarti tre volte al giorno per trenta secondi e domandarti: “Come sto respirando proprio adesso?”. Non cambiare nulla. Nota soltanto. Dove senti il movimento? Il ventre partecipa? Le spalle sono alte? Stai trattenendo? Hai bisogno di sospirare? Questo piccolo gesto, ripetuto nel tempo, costruisce familiarità. Il respiro smette di essere qualcosa che noti solo quando manca e diventa un compagno di ascolto quotidiano. È una forma semplice di educazione alla presenza.

Se invece vuoi sperimentare un lavoro respiratorio più intenso, il mio consiglio è di farlo con gradualità e con un accompagnamento competente, soprattutto se hai condizioni respiratorie, cardiache o stati d’ansia importanti. Il respiro è potente proprio perché è così vicino alla nostra fisiologia e alla nostra esperienza emotiva. Non va banalizzato. Per me il Respiro Originario® è una pratica di consapevolezza e benessere, non una promessa miracolosa. Il suo valore sta nella possibilità di restituirci un contatto più diretto con noi stessi. E forse questa è la ragione più semplice per cui il modo in cui respiriamo conta: perché, mentre respiriamo, stiamo già raccontando come stiamo vivendo.

Quando il respiro diventa un’abitudine invisibile

C’è un altro aspetto che considero essenziale: il respiro non va separato dalla postura, dal movimento e dall’ambiente. Una persona può respirare in modo completamente diverso seduta davanti a un computer, camminando all’aperto o parlando con qualcuno che le mette soggezione. Per questo, quando osserviamo il respiro, dobbiamo evitare di trasformarlo in un fenomeno astratto. Vale la pena domandarsi dove siamo, cosa stiamo facendo, con chi siamo. Spesso il cambiamento più importante non arriva da un esercizio, ma dalla modifica di una condizione concreta: alzarsi dalla sedia, fare una pausa, uscire all’aria aperta, interrompere una conversazione troppo tesa. Il respiro diventa così una lente che ci aiuta a leggere il contesto.

Molti mi chiedono quanto tempo serva per “imparare” il Respiro Originario®. La mia risposta è che non esiste una durata identica per tutti. Alcune persone percepiscono subito quanto trattengono, altre hanno bisogno di molto più tempo per sentirsi abbastanza sicure da osservare il corpo. La fretta è uno dei grandi ostacoli del lavoro su di sé. Se arriviamo con l’idea di dover ottenere un risultato in una determinata sessione, rischiamo di riprodurre la stessa pressione che ci accompagna nella vita. Preferisco parlare di familiarità: ogni incontro con il respiro aggiunge un pezzo di conoscenza, e quella conoscenza diventa più stabile quando non viene forzata.

Un altro equivoco frequente riguarda la profondità. Un respiro più ampio non è necessariamente un respiro migliore in ogni momento. La respirazione cambia naturalmente in base all’attività, alla posizione e allo stato emotivo. Il punto non è mantenere sempre una grande escursione, ma recuperare adattabilità. Un sistema sano sa accelerare e poi rallentare, attivarsi e poi recuperare. Anche nel lavoro respiratorio cerco questa capacità di passare da uno stato all’altro senza restare intrappolati in un’unica modalità.

Per questo il Respiro Originario® ha per me un significato educativo oltre che esperienziale. Educare non vuol dire imporre una forma, ma sviluppare sensibilità. Quando una persona diventa capace di riconoscere che sta trattenendo, può scegliere di fermarsi prima che la tensione salga troppo. Quando percepisce che il respiro cambia accanto a qualcuno, può interrogarsi sulla qualità di quella relazione. Quando sente che una camminata riapre il corpo, può inserirla nella propria giornata. Il respiro diventa una fonte di informazioni che orientano comportamenti concreti.

Alla fine, la domanda più importante non è “come devo respirare?”, ma “come sto vivendo?”. Il respiro non dà tutte le risposte, ma spesso rende la domanda più difficile da evitare. È per questo che continuo a considerarlo uno strumento straordinariamente semplice e profondo: è sempre con noi, non richiede attrezzature e cambia insieme alla nostra esperienza. Imparare ad ascoltarlo significa recuperare una forma di presenza che non dipende da teorie complicate. Significa ricominciare da qualcosa che il corpo conosce da sempre.

Una pratica che deve restare umana

Un’ultima precisazione riguarda la parola “naturale”. Naturale non significa sempre lento, ampio o rilassato. Se corri, il respiro accelera; se hai paura, cambia; se ridi, si interrompe. La naturalezza sta nella capacità di adattarsi senza rimanere bloccati in un’unica modalità. È questa elasticità che mi interessa: poter attivarsi quando serve e recuperare quando il momento è passato. Un respiro vivo non è un respiro sempre uguale.

Per questo non giudico una persona dal modo in cui respira in una singola sessione. Osservo il processo. Come cambia quando si sente più sicura? Cosa accade dopo una pausa? Che rapporto ha con il proprio corpo nei giorni successivi? Il metodo prende significato proprio nella continuità. La vera domanda non è se abbiamo fatto una buona respirazione, ma se stiamo costruendo una relazione più libera con noi stessi.

Se vuoi verificare tutto questo in modo molto concreto, osserva il respiro in tre situazioni diverse nella stessa giornata: mentre lavori, mentre cammini e mentre parli con una persona con cui ti senti a tuo agio. Non confrontare per stabilire quale sia il respiro corretto. Guarda quanto cambia. Questa variabilità è già una lezione: il respiro non è un oggetto immobile, è parte della nostra relazione continua con il mondo.

Il punto, in definitiva, non è trasformare il respiro in un’altra cosa da controllare, ma riconoscerlo come una presenza che ci accompagna e ci informa. Quando smettiamo di inseguire la forma perfetta e iniziamo a osservare con curiosità, il corpo diventa meno estraneo. È da questa familiarità che, nel tempo, può nascere una respirazione più libera e una maggiore capacità di stare nella propria esperienza senza doverla correggere continuamente.

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